Patchwork – dipingere con la stoffa

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Dal 6 ottobre una mostra curata da Luigi Marrocchi sul patchwork, visto non come semplice fenomeno da bricolage, ma come tradizione antichissima fattasi arte complessa ed appassionante. Ingresso libero fino al 14 ottobre, da lunedì a sabato 10-12.30, 17-20, domenica 10-12.30.
BOTEGA VERTA
Venerdì 12 ottobre
 terremo la mostra aperta fino alle ore 22, allo scopo di mostrare concretamente il lavoro che c’è dietro a una coperta in patchwork, e scambiare esperienze ed impressioni in nome di quell’antico senso della collettività che è alla base della nascita delle regole di questa vera e propria arte. Vi aspettiamo!

Introduzione alla mostra a cura di Alfonso Taccione

<<Benvenuti alla Bottega dell’immagine Trieste, ma forse dovrei dire solo Bottega, giacché ad un primo sguardo si potrebbe pensare di essere entrati in un coloratissimo e raffinatissimo bazar piuttosto che in una galleria d’arte. Ebbene, io sono qui, oltre che per presentare questo evento e le autrici di cotali opere, anche per farVi capire che siete a una mostra che nulla ha a che fare con il bricolage, o con il mero riciclaggio di abiti vecchi. Siamo di fronte al risultato finale di un’evoluzione che ci riporta ad anni davvero lontani, a tradizioni che oggi forse abbiamo dimenticato. Insomma, Vi devo raccontare una storia.

Dobbiamo riandare al 1600. Mentre Trieste austriaca, non ancora porto franco, viveva sonnacchiosa nelle sue case rinchiuse nelle mura romano-medioevali, costruite o riparate anche con i marmi del teatro romano (anche questo un vero e proprio patchwork…), e l’Europa si avviava di gran lena verso la modernità grazie alla fatica dei coloni spediti oltreoceano, nel mondo appena scoperto delle Americhe. Un’Europa soprattutto agricola, dove fame e malattie potevano facilmente decimare significativamente le ricchezze di pochi e la vita di molti. Molti che cercavano una vita nuova oltre oceano, così come avrebbero fatto anche gli Italiani 200 anni dopo.

Questi coloni si portarono dietro dall’Europa usi e tradizioni rodati di generazione in generazione, usi e costumi che spesso permettevano loro una vita appena dignitosa, di avere un vestito, delle scarpe, una casa non troppo fredda. Allora si usava donare il corredo alla figlia che si sposava, e fra le altre cose una coperta fatta con ritagli di stoffa portati in regalo da tutti i componenti della famiglia. Era la coperta buona, quella che si metteva sul letto quando si doveva essere visitati dal dottore, o quando si doveva mostrare alla famiglia il figlio appena partorito

I coloni vivevano in povertà: come in tutte le colonie, i frutti del loro lavoro finivano dritti sulle navi dirette in Francia ed Inghilterra, e tornavano già lavorati e a prezzi proibitivi. Alle donne, cosa non molto dissimile da oggi, alle donne, dicevo, il compito di gestire la famiglia e la casa. In tanta povertà il rammendo degli abiti e della biancheria logora aveva un importanza enorme, al punto che fra i termini inglesi tramandatici fino ad oggi c’è la “scrap-bag”, la borsa dove erano conservati gli scampoli di stoffa, cioè i pezzi meno logori degli abiti dimessi, borsa che, riposta nella cesta (la valigia di allora), seguiva le famiglie nelle loro peregrinazioni. Ebbene, il patchwork come noi lo intendiamo, nasce da questo ostinato rammendare insostituibili coperte ogni anno più consumate, ché altre non se ne potevano comperare, mentre il freddo tornava a farsi sentire bello pimpante ogni anno. Le coperte quilt, oggi diremmo trapunte, servivano sia per il letto che per foderare pareti e pavimenti delle prime semplici case di tronchi. E l’eccessivo, disordinato rammendo di una coperta aveva così colpito la gente della comunità, che uno dei primi disegni codificati del patchwork sarà proprio il “crazy”, “pazzo”, insieme al “log cabin”, la capanna di tronchi ed al “basket”, il cesto.  Queste ed altre figure codificate servivano a disegnare il messaggio che si voleva trasmettere nella coperta da donare, e quest’arte figurativa era prettamente delle donne. Esse in qualche maniera hanno costruito un loro linguaggio, un loro alfabeto, una loro grammatica ed una loro sintassi, elaborando la tradizione europeo-cristiana e declinandola secondo la nuova situazione di un’America pre-rivoluzionaria assai avara per loro. Con il patchwork-quilt, le donne, pur vivendo spesso a grandi distanze l’una dall’altra, reagiscono collettivamente alla disillusione ed alla povertà, ma reagiscono positivamente, rafforzando il legame fra di loro nelle riunioni sociali e religiose della propria comunità, e creando un linguaggio comune che da un lato ha rafforzato lo spirito d’appartenenza, e dall’altro le ha smarcate dal greve mondo degli uomini di allora. Femministe ante-litteram? Non esageriamo, ma se qualcuno definisce il patchwork “roba de babe”, lui non lo sa, ma sta facendo una asserzione dotta e giusta e ne sta riconoscendo oggi il vero valore intrinseco.

Qualche secolo più tardi, un uomo grande e giusto reagì allo stesso colonialismo con un gesto simbolico che ancora una volta andava a toccare il mondo della stoffa: per spezzare il monopolio britannico sul cotone raccolto in India, Gandhi decise di filarlo a casa propria, proprio come una qualsiasi donna Amish, e sappiamo tutti quanto sia stato importante quel gesto semplice e così rivoluzionario.

Paradossalmente, nei Paesi occidentali gli anni del femminismo non sembrano aver colto la significatività del patchwork delle donne delle colonie Americane. Al contrario, il patchwork trova rinnovati consensi negli anni dell’apice del benessere economico, quasi che comportarsi come quando non c’era una lira fosse un bel (costoso) passatempo, e non più un mezzo di sopravvivenza. A ben vedere, lo stesso è successo nella gastronomia: i semplici piatti poveri di una volta sono oggi costosi e ricercati. A me, invece, piacerebbe pensare che il ritorno alla manualità ed alla parsimonia tipiche del patchwork non sia solo una moda, ma un primo segnale di una reazione calma e positiva, vorrei dire “femminile”, alla disillusione dall’eccessivo consumismo di questi ultimi anni.

Alle donne che stasera riconoscete fra noi dalla ciocca colorata – che insieme hanno creato i quilt che vedete esposti, e che non vogliono che io citi i loro singoli nomi, in nome proprio di quell’antica tradizione di collettività femminile, dico grazie per avermi dato l’occasione e di trasmettere a Voi tutti il senso di sorpresa ed ammirazione che da oggi in poi ci accompagnerà ogni volta che vedremo un opera-quilt, e di potervi dare una dimostrazione di quest’arte a così alto livello! La loro bravura si fa arte nella scelta del contenuto prima ancora che nel disegno e nella scelta dei tessuti. Non vedo differenze fra il disegno e la tecnica del colore di un quadro, e gli accostamenti di colore, fateci caso, non sono mai banali.

A questo punto credo che nessuno qui ora si senta più in un raffinato bazar, ma in una vera e propria tavolozza di colori, in una galleria di vere opere d’arte da cui farsi incuriosire, attrarre, ed anche appassionare.

Queste coperte sono come gigantesche tele, che ci lanciano messaggi antichissimi ma ancora attuali che Vi invito a cercare. >>

Alfonso Taccione
6 ottobre 2012

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