Sergio Gerzel “Paesaggi sospesi”

Ingresso libero fino a domenica 24 giugno con il seguente orario:
Da Lunedì a Sabato 10-12.30, 16-19.30; la Domenica 10-12.30.

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<<Chi lo sa: se le favole fossero realtà, quante volte verremmo trasformati in burattini di legno? E chi lo sa se poi saremmo capaci di ritornare uomini tutti di un pezzo? C’è verità in noi, quella che ti scarnifica perché ti mette a nudo come il buon Grillo Parlante, o piuttosto truffiamo la vita con le bugie? C’è un Pinocchio in ognuno di noi, ci sono tanti Pinocchio per ognuno di noi. Sergio Gerzel lo ha conosciuto Pinocchio, il suo Pinocchio. Si sono “incontrati” qualche anno fa, quando il suo Grillo Parlante gli ha spiegato che no, certe cose non sono buone o cattive sulla base di valori dettati da una determinata morale, cultura o società; la valutazione del bene e del male avviene sulla base delle nostre tensioni, emozioni, sensazioni. Del nostro intuito, che è purezza.

Ha preso le forbici, questo artista che artista non vuole essere chiamato, ha tagliato i fili che lo legavano alla presunzione di essere diverso e migliore degli altri, ha smesso di obbedire ciecamente a ogni impulso della società, si è ripiegato su se stesso lavorando di pialla e di cesello ribellandosi al ruolo di burattino. Spazzati via i trucioli, di quella ribellione rimane il castigo che si è voluto infliggere nelle tele dove Pinocchio c’è ed è prepotentemente parte del paesaggio. Autoritratto di “com’ero”, ritratto, anche, di una finzione universale in cui riconoscerci. Prima finzione.

Sulle tele, anche, l’utopia di un mondo perfetto e per questo surreale, rifugio fatto di case e cose sospese nel tempo e nello spazio. Troppo illusorie e irrealizzabili perché possano poggiare sulla terra. E allora restano così, appese, più in basso del cielo e poco più in alto del suolo, in una “terra di mezzo” dei sogni a occhi aperti. Seconda finzione.

Ciò che non è finto è il desiderio impetuoso di Sergio di scrollarsi di dosso tutto ciò che è utile scorciatoia: nessuno spunto da nulla o da nessuno, sulla tela di carta, materiale vero e sincero per antonomasia, trovano spazio i suoi sentimenti. Tutto di getto. Altrimenti, non c’è purezza. Che sia un paese che “galleggia”, che siano piani geometrici o nature morte,  i suoi quadri vibrano. Merito di una cromia equilibrata, romantica e potente, costruita sulla “scarnificazione” della carta, che Gerzel “gratta”, graffia fino a trovare l’effetto pittorico desiderato. Sergio non aggiunge, Sergio spesso toglie. Basta finzione.

Pinocchio l’ha accompagnato sulle tele per un anno appena, il tempo necessario alla maturazione come uomo e come artista. Eppure questi quadri impressionano. Vedere il mondo tra le braccia di un burattino, mette i brividi. Pinocchio con il mondo che gli frana addosso, forse è anche l’auspicio di Gerzel. La fine della finzione. Nella speranza che quando si rialzi sia uomo, e non il ribelle dalla testa di legno.>>
Donatella Tretjak 

<<Ho visto per la prima volta i quadri di Gerzel alla mostra allestita nelle sale del Palais Todesco a Vienna lo scorso gennaio 2011. I quadri erano appesi alle pareti di quegli splendidi saloni ottocenteschi, e se da un lato le finestre sulla Kaerntner Strasse facevano entrare la calda luce bianca dell’Opera illuminata,  dall’altro erano proprio i quadri a riempire i saloni di una luce moderna ma ancestrale, fiabesca e misteriosa. Da un lato la razionalità e la chiarezza del concreto quotidiano, dall’altra era la tessitura dei profili talora accennati e talora ben definiti, ma sempre impastati in un vortice di cromie mai banali, a irradiare una sensazione, per me captabilissima, di intimo mistero. Era come se mi trovassi di fronte a tanti flash-back dei sogni che facevo da bambino, intrisi di quell’inquietudine incerta fatta di simboli che fan sorridere gli adulti ma velano per un po’ i sorrisi dei bimbi. Quell’incertezza ancestrale dovuta all’inesperienza, alla mancanza di razionalità e concretezza, al fatto di considerare tutto realizzabile, dall’arrivo dell’uomo nero, al perdersi in una folla di sconosciuti, all’incontro con una fata…

L’oniricità delle opere di Gerzel è fatta di simboli, distorsioni e cromie.

Non solo Pinocchio, che qua e là fa capolino nei suoi quadri, ma le forme degli oggetti, talvolta ammiccanti, talune figure definite ma voltate di spalle. L’occhio è portato a leggere tutti questi indizi, e ognuno di noi può liberamente immaginare se dietro ai punti di fuga ci sia una fata turchina o il babau.

Paesaggi sospesi è il titolo della mostra voluto dallo stesso Gerzel, a sottolineare la più ricorrente delle sue licenze poetiche, pardon, pittoriche: le strutture pittoriche che disegnano le sue suggestioni sono sospese come nuvole in un cielo cromaticamente espressionista, ma sfumato, grattato, abraso, senza però che mai queste torture inflitte alla carta riescano a togliere dolcezza al quadro. A questo ci pensano la cromia sofisticata e una certa “morbidezza” del disegno, raramente spigoloso. In particolare, i colori e i giochi di luce sono quelli che danno alle scene quell’irrealtà spesso di taglio onirico, talvolta addirittura teatrale, tale è la profondità di certe opere. Gerzel dipinge sogni su carta da scenario, e i sogni che dipinge potrebbero di per se anche essere compiuti scenari teatrali.

Come i sogni, che ad un sospiro spariscono, cambiano attori e dislocazioni, travolgono ogni certezza, così la carta su cui Gerzel dipinge è un supporto volubile ed instabile, che deve fare i conti con il grasso dei colori, con gli sfaldamenti dovuti a solventi, abrasioni, incollaggi; durante la lavorazione i quadri di Gerzel sono proprio come i sogni, di punto in bianco ciò che è colorato può divenire etereo, ciò che ha peso può divenire fluttuante, e basta un giro d’aria a far cambiare prospettiva al tutto, e via, la fantasia che corre dietro alle suggestioni, proprio come nei sogni, come se il pittore dipingesse in uno stato di trance.

Eppure, a vederli, i quadri di Gerzel non danno una sensazione di instabilità, provvisorietà o incertezza. La carta, stropicciata e talvolta addirittura strappata, a ben vedere, è solidalmente aggrappata alla tela; insieme carta e tela costituiscono un contenitore solido e rassicurante, come se ogni quadro fosse “trasmesso” da un televisore, come se Gerzel fosse riuscito a inventare la macchina che legge e trasmette il pensiero, anzi, di più, la macchina che legge e trasmette i sogni. Ecco l’intima inquietudine di Vienna, eccola qui, la ritrovo a Trieste, esaltata dall’imponenza di alcuni formati, e dall’atmosfera più raccolta delle sale espositive della Bottega dell’immagine, ecco di nuovo la sensazione di captare una radiazione trasmessa, un meta-messaggio che ognuno di noi può liberamente decodificare in base… ai sogni che ricorda. >>
Alfonso Taccione

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