In punta di piedi di Alessandra Pecman Bertok al Caffè Tommaseo

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La Bottega dell’immagine Trieste è stata onorata dall’esser stata chiamata ad allestire e
presentare il primo luglio nelle storiche sale del Caffè Tommaseo di Trieste la mostra personale In punta di piedi della pittrice muggesana Alessandra Pecman Bertok, curata da Luigi Marrocchi e presentata da Alfonso Taccione. Le opere sono rimaste esposte fino al 14 luglio 2013.

Assente giustificata la presidente della Provincia di Trieste Maria Teresa Bassa Poropat, dopo un divertente intervento di Ludovico Zabotto, hanno preso la parola per una testimonianza affettuosa l’assessore comunale Antonella Grim e la presidente Comitato Pari Opportunità della Provincia di Trieste Mirta Čok.

Questo il testo della presentazione della mostra:

Siamo al caffè Tommaseo, uno dei caffè storici triestini sopravvissuti ed anche il più antico: classe 1830, quando Trieste era una città chiusa fra due lazzaretti, a Campo Marzio si iniziavano a costruire la Lanterna e l’Ospedale Maggiore, Strada nuova per Opicina raggiungeva la città dal nuovo obelisco in onore dell’imperatore Francesco I, alleviando le fatiche dei tiri da 12 buoi in Via Commerciale, mentre la ferrovia sarebbe arrivata appena 25 anni dopo. In quell’anno, il 1830, a Trieste il Barone Revoltella iniziava a costruire la propria fortuna, Georg Strudthoff apriva una piccola officina di riparazione di motori navali a vapore in attesa di costruirsi la Fabbrica Macchine a Sant’Andrea, a Schoenbrunn nasceva Francesco Giuseppe. Da Parigi veniva mandato a Trieste come console di Francia niente meno che Stendhal, che nei pochi mesi  di permanenza prima di essere dichiarato non gradito dal Metternich e dirottato nel regno pontificio, non può non essere stato cliente di questo caffè appena aperto. A Torino Cavour aveva 19 anni e Mazzini a 25 già si faceva arrestare per la prima volta per cospirazione a Genova. Troviamo in internet  su http://it.wikipedia.org/wiki/Lirica_a_Trieste_1831-1840 che all’adiacente Teatro Nuovo (e non poteva certo ancora chiamarsi Verdi, che all’epoca aveva solo 18 anni) in quell’anno si davano opere di Rossini, Bellini, Donizetti ed altri compositori minori, ma quasi tutti con cognomi italiani. Oggi a star seduti a questi tavoli ci si può divertire ad immaginare di quali argomenti si sia sognato, letto e discusso fra queste mura triestine negli ultimi 183 anni. Grazie di esistere al Caffè Tommaseo e lunga vita anche agli altri caffè storici di Trieste!

Qualunque cosa domandi ad Alessandra Pecman , dalle risposte che ti dà è difficile intuire un perimetro che la definisca, così almeno è stato per me, ed è difficile dipanare i molti sentieri  della sua mente. E’ donna poliedrica, attiva, mi vien da dire “americana”, in una delle accezioni migliori che possiamo attribuire a questo termine, di quelle che sanno di dover mordere la vita sempre e che non hanno troppo tempo per far amarcord con gli altri. Ma soprattutto è donna forte, che ha saputo rimettersi in gioco nel momento in cui si è resa conto che i pilastri su cui si era basata la propria crescita individuale stavano scricchiolando per l’impatto forte con la realtà dei fatti.

Come la fiamma del fuoco, anche i quadri della Pecman ci incantano. Ho incontrato per la prima volta la pittura di Sandra Pecman proprio a una mostra collettiva della Bdi. Il quadro che esponeva aveva davvero una marcia in più, ed è per questa marcia in più che ho accettato volentieri di presentare questa mostra personale; ed è proprio questa marcia in più che cercherò di individuare ed evidenziare nella presentazione di questa mostra personale, e lo farò servendomi anche del libro di poesie che la Pecman ha pubblicato nel 2008, Genesi, in cui di sé scrive:

IO

Non giudicarmi per come appaio
O come mi comporto:
è la vita a volermi così.
La mia vera essenza
Sta nelle parole che scrivo.

…e, aggiungo io, anche in quello che dipinge.

Occhio!, che in autunno 2013 esce “Cercando Ale”, il secondo libro di poesie di Sandra Pecman Bertok !!!

I quadri della Pecman mostrano universi in gran fermento, ma sono tutti “silenziosi”. Il rumore che fanno i colori è per così dire un rumore pacato e… silenzioso. Sandra ambienta le sue scene in contesti lontani, che rimandano alle profondità del mare o addirittura al vuoto dello spazio siderale.

Al mare rimandano i quadri intensissimi caratterizzati da sfondo blu, un blu caldo ed avvolgente, in cui come da un batiscafo, o come in un acquario, Sandra ci permette di vedere, come da dietro a un vetro, scene maestose che fanno venire in mente piccoli grandi spettacoli ancestrali e segreti di una natura inesplorata. L’armonia che promana da queste opere ci ipnotizza, la profondità del tono di blu usato e la tecnica con cui la Pecman lo sfuma ci rassicurano e ci permettono di soffermarci a cercare di cogliere l’attimo, a seguire con gli occhi l’invito a movimenti drammatici di moltitudini coloratissime. E’ la natura, potente anche quando è minuscola, armoniosa anche quando si assiste ad un’apocalisse. E’ creazione, vita e morte per poi rinascere, è l’armonia di una Fenice fluttuante che ci rinnova la promessa del suo destino.

PLACA LA TUA ONDA

Mare
calmo e solitario,
agitato ed imprevedibile,
a volte mi culli dolcemente
nel tuo meraviglioso abbraccio,
altre mi travolgi
come barca alla deriva
mentre naufrago fra i tuoi flutti.
Mare
che mi rigeneri
ad ogni passaggio,
placa la tua onda innanzi alla vita
e concedi a noi,
piccoli esseri indegni,
una possibile salvezza.

Anche Lucio Dalla aveva intuito una possibile salvezza nel mare, “Com’è profondo il mare”… (testo in calce)

Altri quadri rimandano invece al vuoto siderale, sono quelli in cui lo sfondo nero è silenzio, è l’ambiente di coltura in cui si evolve e cresce il sogno umano, in cui gli atomi si aggregano in molecole e le molecole creano l’uomo, l’uomo si accende e percorre la ruota della propria vita, lava fusa che cola fra gli anfratti, solitudine e paura di non raggiungere la propria meta.

Gli uomini a loro volta si aggregano e saturano lo spazio, fino a provocare e provare un senso fastidioso di mancanza di privacy. Si passa dunque dai “branchi” turbinanti di vita nei fondali marini, a un “gregge” irreggimentato di teste quadre, che cercano solo il confronto con le altre per determinare la propria personale classifica di in-felicità.

A VOLTE

A volte vorrei essere invisibile
Per sedermi fra la gente
E stordirmi con le gioie che la Natura offre,
purificando in tal modo la mia anima,
ma senza farmi vedere,
per non lasciar trasparire il mio dolore.

(commovente, cosa vi ricorda, duemila anni fa’?

Aut ne quis malus invidere possit, Cum tantum sciat esse basiorum.” Ah, Catullo! – testo in calce)

Anche la maschera è formata da una moltitudine di entità di colore a-tomiche, indivisibili, e l’inespressività di questa “maschera condivisa”, incapace di produrre un’espressione che ci trasmetta un senso non dico felice, ma almeno vitale da questa moltitudine colorata che la compone, ci sgomenta. Solo quando il colore diviene colata fluida ed accesa, spartiacque fra due destini possibili, cordone luminoso a guida verso la ri-nascita, allora sì che la vita urla dalla tela. (quadro “Senza titolo”).

Potremmo pensare che le profondità marine siano quel “brodo primordiale” da cui la vita si è evoluta sulla terra, e che il vuoto siderale sia quello spazio infinito, vuoto sì, ma da cui però si ritiene sia arrivata la vita sulla terra.

Ma Sandra è donna, e a me piace pensare che il suo nero in alcuni casi sia il nero dell’interno della crisalide da cui un giorno sbucherà una farfalla, sia l’oscurità del grembo in cui lentamente matura la nuova creatura, sia attesa fetale, fiduciosa e fertile.
In ogni caso il colore nero, steso puro o combinato ad altri colori che sia, nella pittura di Sandra non rimanda mai a sentimenti di assoluta negatività, in Sandra è ferma la fiducia in un domani migliore, in un mondo migliore, in una Sandra migliore.

La vita continua, e non esiste vita senza male o con solo bene: è vita, stiamo tutti percorrendo il nostro cerchio giallo, nutrendoci degli insegnamenti e delle esperienze condivise con chi è più avanti di noi nel compimento del proprio cammino. E chi vicino a noi ha già terminato il proprio percorso, il proprio Grande cerchio, ci lascia la luce calda del proprio ricordo.

IL GRANDE CERCHIO 

Sapevi esser quelli
gli ultimi tuoi istanti
eppur serena ti mostravi,
bellissima, luminosa, calma,
all’infinito presto ricongiunta.
Più il tuo corpo si spegneva
più s’innalzava la tua luce.
Non capivo.
Non volevo.
Eppure doveva essere:
il grande cerchio si chiudeva
il tuo destino si compiva.

Semplificando e schematizzando, potremmo dire che il quadro “Senza titolo” è il fulcro di questa mostra. Rappresenta lo spartiacque, il limes, quel Rubiconde che ognuno di noi ha paura d’attraversare. Di qua la vita, nel nostro ambiente asettico, schematico, condizionato e globalizzato, di là la natura, ancora incorrotta, armoniosa ed autosufficiente; di qua l’alienazione sterile ed appiattente, di là l’armonia, che mette in evidenza questa alienazione.

La natura supera se stessa e si rigenera in natura nuova. La nostra dignità di uomini, invece, se non protetta, coltivata e rispettata, ci porta all’ignoranza dell’egoismo e all’arroganza della stupidità. Ci vuole una guida, ci vogliono coraggio e forza per andare oltre i nostri stessi limiti e oltre i confini della mediocrità del mondo attuale.
Perché proprio questo quadro è senza titolo? Forse perché hic sunt leones, nulla sappiamo di ciò che evitiamo di indagare perché ci fa paura quello che potremmo vedere.

Concludendo, è come se Sandra fosse consapevole della necessità di una rifondazione radicale del proprio io, della re-scrittura delle regole della società, della necessità di ravvicinare quanto più possibile i pensieri alla nitidezza ed alla brillantezza dei sogni.

Non ci è dato di sapere se le visioni rappresentate vengano da un possibile passato o siano un possibile futuro, qui siamo fuori dal concetto di tempo. Emergono con forza i concetti di moltitudine armoniosa e socialità sostenibile in un ambiente pulito e rispettato.

Banale? No, non come lo rappresenta Sandra. Non vedo banalità nelle scelte e nelle invenzioni dei soggetti, né nell’uso che fa del colore, motore di movimenti apocalittici, né nella capacità di trasmetterci sottovoce il proprio allarme, come in uno stormo di storni a cui si avvicini un rapace.

E allora mi spiego come mai non riesco a tracciare un perimetro intorno all’arte ed alla poesia di Sandra Pecman: queste tele ci parlano di valori assoluti, di bellezza, di calore, di rispetto, di dignità, di un nuovo mondo dove si cammina IN PUNTA DI PIEDI per non rompere il rumore silenzioso della natura, come in una immensa, preistorica notte stellata.

Alfonso Taccione
1 luglio 2013  

OPERE ESPOSTE

1 MOMENTO IN COMUNE TRA IL PRINCIPIO E LA FINE DELLA VITA      e

2 VERSO LA LIBERTA’   entrambi richiamano una socializzazione animale istintiva ed armoniosa, in contrapposizione con il rigido intruppamento del periodo nero.

3 ENERGIE GENERATRICI    io ci vedo un’eruzione sottomarina che libera dalle viscere della terra le sostanze e la forza con cui creare la vita. Analogia con vita in viaggio nello spazio siderale (8).

4 SENZA TITOLO  vita come lava fusa, cordone che guida, spartiacque fra due posibili destini.

5 SOGNI   sono nitidi, brillanti, colorati in contrapposizione ai pensieri.

6 PENSIERI scialbi e imprecisi,non riescono a tendere alla realizzazione dei sogni, o a valere quanto i sogni.

7 MASCHERA   incapace di esprimere un’idea, un sogno, un pensiero condiviso.

8 TENEBRA AVVOLGENTE … LUCE DI RINASCITA    riproduce una galleria presa in prospettiva parabolica, alla fine della quale c’è la luce. Io ci vedo la vita in viaggio nello spazio siderale.

9 LA FENICE     è la promessa che panta rei, tutto scorre ma tutto si rigenera, o come diciamo noi, no xe mai un mal senza un ben.

10 UNO-UOMO-UMANITA’-UNIVERSO-UNO     il nostro spazio si popola, la vita è ancora festosa di colori. Nel titolo torna il concetto della circolarità della vita.

11 IL GRANDE CERCHIO     è la luce gialla della vita che avanza e si compie.

12 CURIOSITA’     la curiosità degli altri vissuta su se stessa come violenza, come appropriazione del proprio corpo da parte di un animale parassita.

13 PERDITA DELLA PRIVACY tante teste quadre, belle ma vuote, capaci solo di guardare per far paragoni, e non di pensare autonomamente.

RIFERIMENTI CITATI NEL TESTO 

Catullo – Carme n.5
Da mi basia mille
“Vivamus mea Lesbia,atque amemus,
Rumoresque senum severiorum
Omnes unius aestimemus assis.
Soles occidere et redire possunt;
Nobis cum semel occidit brevis lux,
Nox est perpetua una dormienda.
Da mi basia mille, deinde centum,
Dein mille altera, dein seconda centum,
Deinde usque altera mille, deinde centum.
Dein, cum milia multa fecerimus,
Conturbabimus illa, ne sciamus,
Aut ne quis malus invidere possit,
Cum tantum sciat esse basiorum.”

“Dobbiamo mia Lesbia vivere, amare,
le proteste dei vecchi tanto austeri
tutte, dobbiamo valutarle nulla.
Il sole può calare e ritornare,
per noi quando la breve luce cade
resta una eterna notte da dormire.
Baciami mille volte e ancora cento
poi nuovamente mille e ancora cento,
e dopo ancora mille e ancora cento,
e poi confonderemo le migliaia
tutte insieme per non saperle mai,
perché nessun maligno porti male
sapendo quanti sono i nostri baci”.


Com’è profondo il mare – Lucio Dalla

Per paura degli automobilisti
Degli inotipisti
Siamo i gatti neri
Siamo i pessimisti
Siamo i cattivi pensieri
E non abbiamo da mangiare
Com’è profondo il mare
Com’è profondo il mare

Babbo, che eri un gran cacciatore
Di quaglie e di faggiani
Caccia via queste mosche
Che non mi fanno dormire
Che mi fanno arrabbiare
Com’è profondo il mare
Com’è profondo il mare

E’ inutile
Non c’è più lavoro
Non c’è più decoro
Dio o chi per lui
Sta cercando di dividerci
Di farci del male
Di farci annegare
Com’è profondo il mare
Com’è profondo il mare

Con la forza di un ricatto
L’uomo diventò qualcuno
Resuscitò anche i morti
Spalancò prigioni
Bloccò sei treni
Con relativi vagoni
Innalzò per un attimo il povero
Ad un ruolo difficile da mantenere
Poi lo lasciò cadere
A piangere e a urlare
Solo in mezzo al mare
Com’è profondo il mare

Poi da solo l’urlo
Diventò un tamburo
E il povero come un lampo
Nel cielo sicuro
Cominciò una guerra
Per conquistare
Quello scherzo di terra
Che il suo grande cuore
Doveva coltivare
Com’è profondo il mare
Com’è profondo il mare

Ma la terra
Gli fu portata via
Compresa quella rimasta addosso
Fu scaraventato
In un palazzo,in un fosso
Non ricordo bene
Poi una storia di catene
Bastonate
E chirurgia sperimentale
Com’è profondo il mare
Com’è profondo il mare

Intanto un mistico
Forse un’aviatore
Inventò la commozione
E rimise d’accordo tutti
I belli con i brutti
Con qualche danno per i brutti
Che si videro consegnare
Un pezzo di specchio
Così da potersi guardare
Com’è profondo il mare
Com’è profondo il mare

Frattanto i pesci
Dai quali discendiamo tutti
Assistettero curiosi
Al dramma collettivo
Di questo mondo
Che a loro indubbiamente
Doveva sembrar cattivo
E cominciarono a pensare
Nel loro grande mare
Com’è profondo il mare
Nel loro grande mare
Com’è profondo il mare

E’ chiaro
Che il pensiero dà fastidio
Anche se chi pensa
E’ muto come un pesce
Anzi un pesce
E come pesce è difficile da bloccare
Perchè lo protegge il mare
Com’è profondo il mare

Certo
Chi comanda
Non è disposto a fare distinzioni poetiche
Il pensiero come l’oceano
Non lo puoi bloccare
Non lo puoi recintare
Così stanno bruciando il mare
Così stanno uccidendo il mare
Così stanno umiliando il mare
Così stanno piegando il mare