Le Finestre del Cielo di Yuliya Petrova

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Difficile raccontarvi l’emozione che ha dato a tutti i presenti l’inaugurazione di questa mostra di icone. Icone di Yuliya Petrova, bulgara laureata in Belle Arti, calabrese d’adozione prima e triestina d’adozione poi, cristiana per scelta adulta e consapevole dopo la caduta del comunismo in Bulgaria. Icone cristiane ortodosse bulgare, ispirate alla scuola russa, come ha dottamente spiegato la giornalista Donatella Tretjak, un’appassionata conoscitrice dell’argomento. Icone, frutto di sapienza e riti antichi, come fossero lettere di calligrafia divina, quindi oggetti sacri.

Ebbene, per la consacrazione delle icone esposte arriva dalla Bulgaria a Trieste un prete ortodosso bulgaro, che poi altri non è se non Nicolai, il fratello di Yuliya, che più tardi avrò il piacere di ascoltare mentre mi parla in un perfetto napoletano, migliore perfino di quello di mio padre, ma che al suo arrivo aveva candidamente ammesso di non essere autorizzato a fare lui la benedizione delle icone perchè la chiesa ortodossa bulgara non è rappresentata a Trieste. Quindi il nostro Nicolai si presenta all’inaugurazione con un altro prete, greco ortodosso di Trieste che ancora una volta da qui ringrazio, e tutto il necessario per la cerimonia. Viene allestito un piccolo altarino su un basso tavolino pieghevole ovale coperto da una tovaglia bianca con un contenitore dorato d’acqua benedetta ed un mazzolino di erbe profumate per l’aspersione, sullo sfondo della riproduzione dell’italianissima Madonna delle Coste di Accumoli (link), ancora in corso d’opera ma già entusiasmante, che per la sua forma verticale chiusa a freccia verso l’alto dà  l’impressione di un’abside bizantina. La Bottega dell’immagine ammutolisce non appena il prete inizia a celebrare in greco, addirittura chi è fuori dalla sala dove si sta celebrando non ha il coraggio di entrarci. Al rito greco si aggiunge la recita del Padre Nostro in bulgaro, poi le preghiere in italiano. L’aspersione delle opere e degli astanti avviene con gesti semplici e veloci: le icone appese lungo le pareti della sala, già luminose di quella luce autentica e serena frutto della fede e della tecnica pittorica di Yuliya, irradiano ora una energia forte che ci pervade ed attraversa tutti.

Commosso e certo di aver partecipato ad un evento unico, ancorchè non irripetibile, cerco di trovare le giuste parole per passare da un momento così alto ed intenso alla banalità della presentazione di una pur non banale mostra. Ancora una volta l’incontro e la contaminazione sono la forza che crea l’energia, e bene lo sa chi ha vissuto cambiando radicalmente dimora e scontrandosi / incontrandosi con altri modi di vivere, altri modi di scrivere, altri modi di pregare. La luce delle icone esposte alla Bottega in questi giorni sono la forza di una donna che è uscita dal mondo della sua infanzia – o forse è il mondo della sua infanzia che ha cessato inaspettatamente e drammaticamente di esistere – ed ha trovato in culture diverse dalla sua una nuova spiritualità. La sua anima si è contaminata con la Grecia ancestrale dei Calabresi e con la latinità atavica di tutta l’Italia, e questo ha rafforzato e raffinato la convinzione e la consapevolezza della propria fede ortodossa.

E’ questa una mostra in cui si legge greco, cirillico e latino, con quei caratteri che molti di noi probabilmente sentono come propri anche quando non li sanno pronunciare. Infatti, se noi europei oggi siamo qui vuol dire che probabilmente i nostri antenati hanno in ogni tempo e in ogni Paese frequentato basiliche istoriate con descrizioni in greco, in latino ed in cirillico, gli alfabeti ancestrali della nostra spiritualità e delle nostre anime.

Alfonso Taccione 
12 gennaio 2014

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